Lettera a ‘La Stampa’ del 23 Giugno 2013 : I Nano-Prodotti e i danni al corpo umano

Ancora una volta, ne giorni scorsi, è tornato alla ribalta l’allarme sugli Ogm, gli organismi geneticamente modificati. Ma c’è un’altra questione che minaccia di essere di ancora maggiore interesse per la salute dei consumatori e alla quale le ministre per le Politiche agricole De Girolamo e della Salute Lorenzin dovrebbe guardare con attenzione. Mi riferisco alla diffusione delle nanotecnologie, che rendono possibile la manipolazione di ingredienti alimentari a livello molecolare.

La presenza di nano-prodotti (così come per gli Ogm) troppo spesso prescinde dalla consapevolezza del consumatore, ignaro fruitore. È naturale che da un punto di vista economico cresca l’interesse dei produttori, che vedono nello sviluppo di queste tecnologie la possibilità di maggiori guadagni, ma non è tollerabile che ciò avvenga senza il conforto di una ricerca scientifica che fornisca garanzie sulla sicurezza alimentare dei cibi-nano.

La nanotecnologia è la scienza della manipolazione della materia nell’ordine di grandezza dei nanometri, cioè milionesimi di millimetro. Nanotecnologie sono già presenti nella vita di tutti i giorni, che si tratti di nuovi farmaci (chemioterapici compresi), cosmetici, detersivi, produzione di energia alternativa. Ora anche l’industria alimentare ha cominciato a sfruttarle. L’associazione Friends of the Earth ha censito più di cento nano-sostanze che, a vario titolo, entrano nella catena alimentare e negli Stati Uniti sono stati conteggiati 84 alimenti comuni contenenti nanofood. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi? L’industria alimentare del Regno Unito è già stata messa sotto accusa perché utilizza nano-ingredienti per la preparazione dei prodotti alimentari senza dichiararlo chiaramente sull’etichetta. Nel 2014 in tutta Europa sarà obbligatorio riportare la loro presenza nel cibo in etichetta. A livello scientifico c’è chi plaude alle nano-particelle come alla nuova frontiera per debellare la fame nel mondo o per produrre cibo con minore impatto ambientale (discorsi già sentiti a proposito degli Ogm). C’è chi, invece, si dimostra molto più critico – io sono fra questi – perché questi composti non rispettano le leggi chimiche, tossicologiche, fisiche ordinarie.

Le nano-tecnologie hanno proprie leggi che sono in parte ancora sconosciute, per cui si teme che possano reagire nell’organismo in modo imprevedibile. Si sa già, ad esempio, che le nano-particelle, proprio per le loro dimensioni, possono penetrare attraverso la barriera emato-encefalica del cervello e anche in organi vitali come fegato e reni. Con quali danni? Non si possono prevedere, ma potrebbero essere non trascurabili. I favorevoli alle nanotecnologie ribattono che molte sperimentazioni dimostrerebbero come si potrebbero produrre cibi migliori. La Food Standards Agency (l’Agenzia per la Sicurezza alimentare inglese) ha commissionato tre progetti di studio per valutare quali siano gli effetti delle nanoparticelle nel corpo umano. Si citano alcune ricerche che hanno rilevato che alcune «persistenti» nano-particelle non si dissolvono e non sono biodegradabili, come, ad esempio, il nano-argento che può essere usato per il packaging per prolungare la durata di conservazione dell’alimento.

C’è un altro aspetto che va poi considerato quando si pensa allo sviluppo di nuove tecnologie applicate al cibo e alla salute. Cioè che un giudizio sulla loro pericolosità o bontà non arrivi da scienziati competenti, ma da magistrati. In Italia è successo anni fa con la terapia oncologica del dottor Di Bella e tre mesi fa con la sentenza della Corte di giustizia Ue su alcune coltivazioni Ogm in Friuli. Potrebbe accadere anche con le nanotecnologie, ma ciò di cui invece abbiamo assoluto bisogno in questo momento è di analisi accurate sugli eventuali effetti che possono avere nel corpo umano e nell’ambiente. Gli studi sono ancora agli stadi iniziali e la sfida è appena cominciata. Ricordiamocelo, quando già si sente dire che i progetti del futuro riguarderanno la creazione di cibi totalmente in laboratorio, senza più campi da coltivare o allevamenti di cui occuparsi.

*Docente di Dietetica e Nutrizione Umana

Giorgio Calabrese*